Donne e geometria,postulati matematici e passioni sfrenate,fino alla ricerca dell’equazione dell’amore.
Antonio Latella ridisegna la storica figura di Don Giovanni nella sua ultima fatica:“Don Giovanni,a cenar teco”,in scena dal 3 al 6 marzo al Teatro San Ferdinando di Napoli.
In scena c’e’ la vita di Don Giovanni,seduttore per natura ( “Lo scherzo più grande è il matrimonio. Serve ad irretire le donne.”),conquistatore instancabile (“ Perchè fermare gli occhi ad una sola bellezza?”)e al contempo infelice cronico,cinico spietato e blasfemo (“Don Giovanni non crede né al cielo, né alla terra,non crede nemmeno al lupo mannaro”)che porta lo spettatore all’interno di un mondo e di un pensiero fatto di passioni momentanee e attaccamenti impulsivi e fugaci che lo rendono il perfetto assassino di ogni tipo d’amore.
Latella ce lo descrive come un vampiro della vita, un essere schiavo del suo amore per l’amore stesso,innamorato del genere femminile e di ogni suo esemplare,senza mai farsene possedere davvero, godendo del rischio e del gioco di sottomettere una donna e poi fuggire verso una nuova avventura.
La vicenda si alterna tra le continue conquiste del fascinoso Don Giovanni e i discorsi artefatti e talvolta inconcludenti del suo fedele servo Sganarello che sostiene l’amore puro e tenta in ogni modo di recuperare l’animo del nobile padrone.
Per chi si chiedesse a che tipo di spettacolo sta per assistere la risposta e’ “ad un spettacolo di Latella”,difficilmente inquadrabile in un genere teatrale perché spazia in lungo e in largo nella storia del teatro creando uno show a tratti brillante dai tempi veloci e incalzanti e a tratti intervallato da momenti “più statici” che sembrano quasi dilatare il racconto.
Pennellate di commedia dell’arte con riferimenti alle maschere e al gioco dei ruoli, mimica portata all’eccesso, inputs che riescono a stimolare a più livelli la curiosità dello spettatore,fanno di “Don Giovanni,a cenar teco”,un insieme di emozioni che investono l’anima di chi assiste.
Scenografia minimalista con un palco pressoché nudo quasi a voler trasmettere la “nudità” dell’attore stesso;interessante il disegno luci e buona la cura dei costumi;l’unica pecca di questo egregio lavoro risulta essere la durata complessiva (210 minuti circa) che rischia di far calare la concentrazione di un pubblico attento ma stanco dalla violenza d’immagini e percezioni e da monologhi talvolta troppo lenti e cattedratici.
V.D.B.


